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Il primo Re. (2019)

“Tremate, questa è Roma.”

Un budget di otto milioni di dollari e una buona dose di modernità cinematografica hanno fatto sì che l’Italia partorisse un’opera lontana dall’usuale.
L’impressione che scaturisce già dal trailer è appunto quella di una produzione straniera, ineguagliabile in regia e fotografia.
E invece no, ‘Il primo Re’ è frutto di Matteo Rovere, il più giovane regista italiano ad aver vinto un Nastro d’argento come miglior produttore con il film Smetto quando voglio (2014).


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Il progetto ha dato vita a un sodalizio tra cinema classico e contemporaneo ed è caratterizzato da riprese rudi e fredde e da panoramiche mozzafiato della Roma antica, separata dal Tevere e nata dal martirio disperato di schiavi e uomini liberi.
La scelta del cast ha donato al film l’ulteriore tocco di classe che mancava alla cinematografia italiana dal 2000 ad oggi. La nota predominante è la “freschezza” giovanile dovuta all’età sia del regista (37) che dall’intera crew che ha conferito attualità al nostro cinema, inebriandolo di una qualità che riesce finalmente a portare in alto il valore italiano nel campo audiovisivo.


Per i meno abituati ai film in lingua potrebbe rivelarsi scioccante la scelta di erigere il film interamente in Latino antico. Con l’aiuto degli etimologi dell’università degli studi La Sapienza, il regista ha saputo riprodurre la lingua arcaica parlata nelle località Laziali ai tempi di Romolo e Remo: un latino contaminato dalle varie mutazioni dialettali.

“Il nostro mito fondativo non è stato trattato dal cinema che, invece, ha costruito un filone ricchissimo sulla narrazione dell’antica Roma. È stata questa la spinta iniziale: era il momento di provare a calare lo spettatore nel Lazio dell’VIII secolo a. C. tenendoci più lontani possibile dall’estetica classica del peplum alla Ben-Hur, immaginando di raccontare, invece, la fondazione dell’Impero a partire proprio dal mito come se fosse vero. Alla pari di un film d’avventura, abbiamo reinterpretato in chiave realistica ed emotiva la leggenda dei gemelli Romolo e Remo”. 


Peculiare o meno, l’agglomerato di questi fattori ha concesso al prodotto di raggiungere una qualità mai vista ed accennata solamente in passato dal film ‘Lo chiamavano jeeg robot’ (2016).
Accessibile a livello globale, grazie alla mancanza di una lingua attuale e ai colori che richiamano le migliori opere di cinema Americano, ‘Il primo Re’ ha tutte i requisiti per aspirare a Holliwood, o quantomeno per avviare l’Italia ad una produzione diversa da quella a cui siamo abituati, modernizzando l’idea di cinema e rendendo omaggio alla qualità di cui, evidentemente, siamo capaci.

La storia:

Romolo e Remo, letteralmente travolti dall’esondazione del Tevere, si ritrovano senza più terre né popolo, catturati dalle genti di Alba. 
Insieme ad altri prigionieri sono costretti a partecipare a duelli nel fango, dove lo sconfitto viene dato alle fiamme. Quando è il turno di Remo, Romolo si offre come suo avversario e i due collaborando con astuzia riescono a scatenare una rivolta, ma è solo l’inizio del loro viaggio insieme agli altri fuggitivi e a una vestale che porta un fuoco sacro. Sapendo di avere forze nemiche sulle proprie tracce decidono di sfidare la superstizione e si avventurano nella foresta, dove Remo dà prove di valore e conquista la leadership del gruppo, mentre Romolo può fare poco altro che riprendersi da una ferita. Quando a Remo viene letto il destino dalla vestale, lui decide di sfidare il volere degli dèi.

“Dal sangue di mio fratello nascerà questo impero.”